Le gesta infinite di David Foster Wallace

di Luca Ottolenghi

Parliamoci chiaro: non era una pubblicazione fondamentale. Si poteva benissimo evitare. Ma ho smesso da tempo di arrovellarmi sulle bizzarre logiche del mercato editoriale e le conseguenti operazioni commerciali, alcune delle quali talmente prevedibili da suscitare i nostri sbadigli. Come in questo caso. Partiamo dall’autore: David Foster Wallace, nome di culto oramai, sia per il grande talento letterario (il suo lavoro più celebre rimane Infinite Jest – 2006) che lo ha portato nell’Olimpo dei grandi scrittori americani, sia per la precoce e tragica morte che lo ha colto nel 2008 per suicidio, impiccagione. Ora. Chiunque abbia un minimo di confidenza con l’universo editoriale sa benissimo che, qualche nanosecondo dopo la morte di uno scrittore (una morte così spettacolare, poi, non può che affilare i canini dell’ufficio marketing) si ripubblica tutta l’opera, infarcendola d’inediti, anche i più insignificanti: articoli, lettere, racconti incompiuti, interviste, bozze, schizzi, cartoline e le famose liste della spesa. In più, e questo è un mio azzardo, il grande successo di Open, la bellissima autobiografia di Andre Agassi, autorizza i più smaliziati a sospettare che il tennis sia diventato, in Italia, un argomento appetitoso e di sicuro successo. Infatti, come vuole il copione, sono uscite una sequela di biografie di tennisti sullo strascico di Agassi: da Rafael Nadal (Rafa, Sperling & Kupfer) a John MC Enroe (Non puoi dire sul serio, Piemme) a… Flavia Pennetta (Dritto al cuore, Mondadori)!

Il tennis come esperienza religiosa è emblematico di questa tendenza a rendere infinite (passatemi il gioco di parole) le gesta degli autori defunti. Creando soprattutto libri-collage per i lettori più feticisti. Compreso il sottoscritto. Confesso che, appena l’ho visto, ho subito scucito il deca (ma 70 pagine effettive ne valgono al massimo 8) senza pensarci due volte e, soprattutto, senza aprirlo. L’ho fatto per strada, ed è stata una mezza delusione…

Il libro è un dittico di saggi sul tennis, sport prediletto dall’autore e leitmotiv di molte sue opere, compresa Infinite Jest. Il primo, Democrazia e commercio agli US Open, è datato 1996 e apparve sul New York Times Magazine. Il secondo, Roger Federer come esperienza religiosa, datato 2006 e pubblicato sulla medesima rivista americana, era già comparso in Italia nel 2010 in un’ormai introvabile edizione per i tipi di Casagrande, ma disponibile anche in rete, niente meno che sul sito di “Repubblica”. Insomma, un normale déjà vu.

A chiudere, una post-fazione dell’editor Einaudi e americanista Luca Briasco, intitolata Solipsismo e trascendenza: il tennis come arte.

A ‘salvare’ il prodotto ci pensa, ovviamente, la penna ‘cerebrale’ di David Foster Wallace. Qui davvero infallibile, implacabile e irresistibile. Ma andiamo con ordine.

Il primo saggio è in realtà un reportage che l’autore scrisse in qualità di inviato agli US Open (il torneo newyorkese tra i quattro del cosiddetto Grande Slam) del 1995, in cui assiste al match tra Pete Sampras (che l’avrebbe vinto quel torneo, battendo in finale Andre Agassi) e Mark Philippoussis, entrambi di origine greca. Ma il match, sul quale spende un’analisi molto arguta e quasi visionaria («Sembra brutale, Philippoussis, spartano, uno grosso e lento che gioca di potenza da fondocampo, con una cattiveria negli occhi, e a paragone Sampras appare quasi fragile, cerebrale, un poeta, saggio e triste allo stesso tempo, stanco come solo le democrazie sanno esserlo»), è soltanto l’epicentro da cui s’irradia una descrizione iperdettagliata dell’immenso giro d’affari che gravita attorno a un torneo di dimensioni planetarie, dai popcorn al merchandising agli sponsor megagalattici. E lo fa con impeccabile acume e, soprattutto, con un’ironia davvero travolgente («Il sex-simbolismo di Agassi è un fenomeno profondamente misterioso per la maggior parte dei maschi di mia conoscenza perché abbiamo tutti ben presente che Agassi in realtà è un piccoletto con la faccia schiacciata e la testa dalla strana forma che cammina strusciando un po’ i piedi e buttandoli in dentro come uno scolaretto con le mutande incastrate in mezzo alle chiappe») che ti fa dimenticare la lunghezza chilometrica (davvero eccessiva), delle note a piè di pagina, molte delle quali lunghe quasi una pagina intera e scritte in caratteri lillipuziani.

Il secondo saggio, invece, è un elogio di Roger Federer, il grande campione, un vero e proprio mito vivente: svizzero trentunenne, attuale numero 1 del ranking atp mondiale, vincitore di 17 Slam, detentore di svariati record… dicono sia il più grande tennista mai esistito. Come tutti gli assolutismi è un po’ fragile. Sicuramente, è il giocatore più vincente.

Questo ‘capitolo’ è il cuore pulsante sia del libro sia della concezione wallaciana del tennis, visto come metafora trascendentale di vita e, anche, della vita solitaria dello scrittore.

Wallace paragona, giustamente, Federer ai grandi numi dello sport mondiale, quei fenomeni sportivi e, in qualche modo, metafisici che appaiono poche volte in un secolo, come i veri poeti di cui parlava Moravia nel discorso sulla tomba di Pasolini. Lo accosta a Maradona, Michael Jordan, Mohammed Alì (ricordiamo che, nell’anno in cui questo saggio venne scritto, Federer aveva vinto la metà di quello che ha vinto sino ad oggi). Con il suo corpo fatto «sia di carne sia, in un certo senso, di luce», Federer è amato soprattutto per il suo stile: fluido, flessuoso, aggraziato. In una semplice parola: bello. Tanto da stimolare un filosofo francese, André Scala, la scrittura di un saggio dedicato al suo gioco così unico e speciale (I silenzi di Federer, 0 Barra 0 Edizioni).

Il senso del suo gioco diventa universale perché, come si legge in Roger Federer come esperienza religiosa, «vedere la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in modo fugace, mortale) riconciliati».

Lette ora, queste frasi danno i brividi.

L’articolo venne scritto da Wallace dopo la finale di Wimbledon del 2006 tra Roger Federer e lo spagnolo Rafael Nadal (esponente di un tennis opposto a quello dello svizzero: potente, fisico e brutale), in cui vinse Federer. I due ingaggiano una rivalità tra le più belle dello sport mondiale. Si r’incontrano nella finale di Wimbledon del 2007: Federer gliele suona ancora, vincendo il suo quinto Wimbledon consecutivo. Nel 2008 si ritrovano ancora a duellare sull’erba. La finale è la più lunga e combattuta di sempre, al cardiopalma. Piove, si sospende, si ricomincia, si va ai vantaggi. E la spunta Nadal, strappando lo scettro allo svizzero per la prima volta dal 2003. È uno shock. La bellezza ha perso. E due mesi dopo, il mondo ha perso anche qualcosa in più: David Foster Wallace.

David Foster Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, Einaudi Stile Libero Big, Torino 2012, pp. 92 10 €



Categorie: Letterature, Luca Ottolenghi

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