Quelli che seguono sono alcuni appunti di lettura su un testo che ritengo capitale nella narrativa italiana degli ultimi (almeno) dieci anni: Il tempo materiale, di Giorgio Vasta. Un romanzo difficile, per alcuni addirittura ostico, ma che tra le maglie di una densa trama stilistica offre al lettore, oltre a una storia in sé e per sé ben congegnata, notevoli spunti di riflessione: non solo come rilettura, tra l’irreale e l’iper-reale, della storia nazionale (in breve, nel romanzo, che si svolge nel 1978, tre ragazzini palermitani decidono di costituire un nucleo brigatista per darsi alla militanza terroristica), ma anche come suggestiva e allegorica chiamata a una nuova militanza, valida tanto per l’intellettuale, quanto per l’uomo comune.

Queste brevi note sono parte di un lavoro più ampio, in via di composizione. Nel testo, al momento, non trova spazio una sinossi del romanzo; al centro sono piuttosto gli spunti interpretativi, sostenuti dalle argomentazioni che non hanno ancora uno sviluppo organico. Questa è la prima di due parti.


1. Il 1978 può considerarsi un vero e proprio anno nero per la storia d’Italia. Il rapimento di Aldo Moro il 16 marzo e la sua uccisione due mesi dopo, il 9 maggio, rappresentano un trauma nazionale, che sembra essere stato in gran parte rimosso; almeno dalla nostra letteratura. Come ha osservato Gianluigi Simonetti in un attento studio su letteratura e terrorismo, pochi sono gli autori che negli ultimi anni si sono cimentati con simili eventi della storia d’Italia, quasi a confermare una certa intrattabilità dell’argomento. Tra questi, Giorgio Vasta, con Il tempo materiale[1], si distingue per la scelta di affrontare quel passaggio critico della nostra storia mettendo la centro del romanzo il terrorismo come tema narrativo, non solo in virtù della sua eredità storica e sociale, ma anche per il ruolo che indubitabilmente ricopre nell’immaginario collettivo e per la sua natura di pratica comunicativa e performativa (dove è l’atto terroristico si fa atto di linguaggio). Svincolando il tema-terrorismo dalla sua inevitabile ipoteca politica, il discorso sulla Storia si fa veicolo di una riflessione sul presente, sull’intellettuale e sullo stesso statuto della Letteratura.

2. Le premesse di questa riflessione risalgono tuttavia a una certa letteratura che proprio all’epoca del caso Moro si produsse, e in particolare all’opera di due autori, Arbasino e Sciascia, che si distinsero tra gli altri (Calvino, Eco, Fortini, Morante, Moravia, Testori) per un tentativo di svincolare la lettura dell’episodio dalle comuni griglie interpretative. In questo stato[2] e L’affaire Moro[3], i pamphlet scritti “a caldo”, si dimostrarono imprevedibili quanto efficaci esercizi di straniamento, capaci di operare una sovversione della prospettiva che permettesse di sospendere le consuete categorie di giudizio in relazione al singolo episodio per aprire l’interpretazione a un campo più esteso. Riportare al 1978 la lancetta dell’orologio letterario significa allora, per Vasta, rievocare anche un tempo in cui l’intellettuale trovava ancora uno spazio per praticare in questi termini il proprio impegno.

3. Il giorno in cui Aldo Moro viene rapito, Alberto Arbasino non si trova in Italia, ma a Londra; la possibilità di mettere a distanza l’episodio gli consente di osservare la vicenda al di fuori del suo originario contesto d’appartenenza, politico ma anche umano, per trasformarla nell’ennesimo e più lampante esempio del tradizionale vizio italiano che egli definisce «afasia del Pratico», un’innata propensione ad astrarre, a concentrare l’attenzione su falsi problemi, evitando di elaborare soluzioni concrete per uscire dalla «grande crisi italiana». Il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana diventa così un’occasione per toccare, con la consueta esuberanza discorsiva, tanti e differenti aspetti della società italiana post-boom e post-68, dall’industrializzazione al potere operaio, dal sistema dell’istruzione ai movimenti di immigrazione interna, fino alla situazione della letteratura nazionale. Anche nel Tempo materiale il rapimento di Moro diventa l’oggetto di un simile movimento, che trasforma l’evento in simbolo di uno scenario più ampio, che assume progressivamente un’importanza pari a quella dell’azione dei personaggi. Posto sullo sfondo della narrazione, quell’episodio è chiamato a rappresentare un mondo, quello della malattia morale e politica italiana, dell’apatia e dell’indignazione telecomandata, nel momento della sua prima eclatante manifestazione.

Caso Moro

4. Nel Tempo materiale, come ha notato Raffaele Donnarumma[4], la dimensione dell’immaginario acquista così un ruolo di primo piano. Nimbo, il protagonista, percepisce il mondo che gli si dispiega intorno come un’immensa rete di segni: ogni elemento del reale rappresenta se stesso e allo stesso tempo anche i processi economici, sociali o emotivi e morali che l’hanno prodotto. È questo alla lettera “il tempo materiale”. I caratteri che più di tutti affascinano Nimbo e i suoi compagni Volo e Raggio, però, sono quelli che costituiscono l’immaginario mediatico, la cultura pop di questa piccola e pretenziosa Italia. A loro interessano i processi attraverso cui la realtà viene ridotta e semplificata per essere comunicabile a forza di slogan, di tormentoni, di clichés. Questo processo di “stilizzazione mediatica” tocca ogni aspetto della dimensione pubblica.

Alberto Arbasino aveva mostrato come la «vicenda Moro» fosse, prima ancora che un fatto storico o politico, una semplice etichetta giornalistica, uno slogan. E in virtù di quella riduzione, il fatto in sé era diventato oggetto di un’elaborazione “narrativa” da parte della comunicazione giornalistica e televisiva. Il suo sguardo non si curava delle implicazioni politiche dell’evento perché era la stessa dialettica informazione-ricezione a spogliarlo di quel contenuto per ridurlo a un semplice “oggetto”, in qualche modo neutro, del discorso pubblico. La riduzione mediatica della realtà fattuale viene immediatamente condannata anche dai bambini protagonisti del Tempo materiale.

5. A Vasta come ad Arbasino interessano i modi in cui l’evento viene “digerito” dalla società, le modalità con cui viene comunicato, appreso e immagazzinato nella memoria collettiva. Le “istituzioni” hanno il compito di riportare le reazioni dell’intero paese nel tracciato di un’indignazione eterodiretta e inerte. Solo così è possibile mantenere il precario equilibrio di un sistema che cela dietro l’apparente conflitto un sostanziale immobilismo. Come succede nel caso del sequestro di Moro, dove la conclusione della vicenda non sarà la sua risoluzione, la vittoria o la sconfitta del nemico, bensì la sua assimilazione, la sua inclusione all’interno di una dialettica fattasi sistema.

L’azione terroristica intrapresa dai tre ragazzini ha per obiettivo proprio il sovvertimento di questo equilibrio, l’introduzione nel campo di una forza terza, estranea alla dialettica preordinata. Una dialettica di cui fanno parte le stesse Brigate Rosse, inizialmente elette a modello dell’azione: la loro colpa è aver ridotto l’azione terroristica a una semplice pratica simbolica, «un atto comunicativo in cui la vittima è il messaggio, e non lo scopo, e di cui gli altri, i terrorizzati, sono i destinatari». I brigatisti, «poiché sono inassimilabili, fanno notizia, il che è la forma di assimilazione più perfetta»[5]. Per questo il NOI, Nucleo Osceno Italiano, organizzato dai protagonisti si costituisce come cellula autonoma e «si svincola da ogni complicità con un’eversione che è diventata maniera» [212].


[1] Minimum fax 2008.

[2] Garzanti 1978.

[3] Sellerio 1978.

[4] R. Donnarumma, Giorgio Vasta – Il tempo materiale, in «Allegoria», 60, 2009, p. 222.

[5] D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani 2007, p. 7.