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di Andrea Cirolla

Mi perdonerà Francesca Serafini – che oltretutto, di questo libro, si è già occupata pubblicamente e utilmente (qui) – se uso un suo status di Facebook per introdurre il discorso: «Volevo solo dire che Tuttissanti di Teresa Ciabatti è un corso accelerato di tecniche di scrittura. La prova provata che quando si domina la forma perfino un Christian Russo qualunque può diventare un personaggio indimenticabile».

Questo status mi ha convinto a leggere il libro; ma il motivo per cui sono andato a ripescarlo va oltre il fatto personale, riguarda una questione precisa. Anzi, più d’una. Un paio. Telegraficamente: forma (dominio della); indimenticabilità del personaggio (dei personaggi).

Il romanzo (edito di recente nella collana delle Silerchie dal Saggiatore) è molto breve, e racconta una storia apparentemente lineare. La sua brevità mi ha permesso di leggerlo due volte, disinnescando – contro il mio stesso interesse di lettore – il dispositivo drammaturgico, e intendo la sapiente tessitura della narrazione, basata perlopiù su anticipazioni criptiche – evidenti quanto insospettabili – della fine, sulla disposizione dissimulata di segnali che, definendo il suo carattere, formulano la natura esiziale del protagonista.

Il protagonista si chiama Luciano Lualdi, detto Lucio. La sua storia è presto detta. Dietro questo nome – l’autrice non lo nasconde – si cela Lele Mora. La storia di Lucio/Lele è la storia di questo libro. La sua ascesa e la sua caduta. E siccome «una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù», ciò che lo segue nell’ascesa gli rimane vincolato anche nella caduta. Innanzitutto le relazioni. Questo libro ne mette a fuoco una: Christian Russo, «bulletto del casertano, orfano di padre, fratello down, madre cassaintegrata». Il suo sogno è entrare nel mondo dello spettacolo, ma non ha tutte le carte in regola, a partire dalla forma grave d’asma di cui soffre fin dalla nascita. Al colloquio, Lucio lo esamina ed è estremamente dubbioso. «Poi l’espressione del ragazzo, rassegnata delusione, ma anche comprensione senza accusa, quelle parole “la ringrazio comunque di avermi dato la possibilità”, la mano che gli tende con sudore, ebbene tutto questo lo fa crollare. Prova una sensazione strana, una specie di slancio che non saprebbe definire con esattezza, non interesse non ammirazione, sa che ci farà poco con un simile soggetto. La verità è che lui vuole dare a quel ragazzo una possibilità».

Ciabatti

La possibilità di Christian è l’altra storia, generata dalla prima, che questo romanzo-bonsai racconta. Romanzo-bonsai è una definizione infelice, ma forse aggancia la natura di Tuttissanti: racconto nelle dimensioni, romanzo nella forma, di cui l’autrice dimostra di avere un controllo formidabile, lo accennavo all’inizio. Era la prima questione. Lo strumento di controllo è qui una lingua piana, svolta in una sintassi rappresentativa, aderente all’azione, priva di tortuosità. Eppure lo stile di Ciabatti maschera un grande sforzo sul piano dei toni, gestisce e bilancia tragedia e ironia, dunque attaccamento e distacco, ma senza rigidità alcuna, senza che il lettore possa individuare o prevedere i cambi di registro.

La seconda questione era quella dei personaggi: indimenticabili, cioè riusciti. Ciò accade a prescindere dal “tipo” che Ciabatti ha scelto. Il discorso, voglio dire, non riguarda tanto la capacità di trasformare delle figure reali e abiette – come le percepisce un certo pubblico – in figure letterarie e interessanti. Il discorso è un altro. Tuttissanti è prima di ogni altra cosa un libro sulla passione, a prescindere dalla virtuosità di quella passione. È un libro sull’arte di illudere, se stessi e gli altri. Parla dei sogni, per quanto poco edificanti possano essere. Racconta la superficie scintillante della vita di un uomo, quando non conquista il suo sogno ma lo riproduce artificialmente nel proprio mondo, e dunque quella superficie la vede infine sbriciolarsi, scoprendo il ventre vuoto e desolato che la gonfiava esponendola a una fragilità travestita di sfarzo. È un libro sull’infelicità.

Questo dualismo, questa schizofrenia, li rappresenta bene una poesia che non c’entra niente con il discorso né tantomeno col bel libro di Teresa Ciabatti; eppure non faccio altro che pensarci dalla prima parola che ho digitato qui sopra. Ne trascrivo gli ultimi otto versi: «La cipolla, d’accordo: / il più bel ventre del mondo. / A propria lode di aureole / da sé si avvolge in tondo. / In noi – grasso, nervi, vene, / muchi e secrezione. / E a noi resta negata / l’idiozia della perfezione» (Wisława Szymborska, La cipolla, trad. di P. Marchesani).