Qualcosa impedisce di affrontare Clarice Lispector senza l’aiuto della finzione. La sua materialità è sfuggente. Circolano in rete molte sue fotografie, ma tra queste ci sono diversi falsi. Foto di donne che le somigliano e che prendono per errore il suo posto. La sua biografia più famosa, Why This World: A Biography of Clarice Lispector, scritta dallo studioso americano Benjamin Moser e non tradotta in Italia, presenta informazioni non sempre attendibili e che, anziché avvicinare alla storicità di Lispector, partecipano alla creazione del suo mito. Roberto Francavilla, il più fedele tra i traduttori italiani dell’autrice brasiliana, salta il pericolo e scrive un romanzo, il suo primo, Città senza demoni, uscito per Feltrinelli a settembre di quest’anno, che ha come protagonista Clarice all’età di 26 anni, durante il suo soggiorno nella città svizzera di Berna al seguito del marito diplomatico Maury Gurgel Valente. Francavilla è un lusitanista, professore ordinario di Letteratura portoghese e brasiliana all’Università di Genova e autore di svariati saggi tra cui il più recente, Quel che il mare non vuole – paesaggio e letteratura in Portogallo, edito da Mimesis. È traduttore e critico letterario. La scrittura saggistica è la forma espressiva a cui è abituato, quella in cui dovrebbe sentirsi più a suo agio. Invece, ecco il suo esordio, a pochi mesi dall’uscita della traduzione del romanzo La città assediata, per Adelphi, scritto da Lispector proprio a Berna e pubblicato per la prima volta nel 1949.

Un romanzo, non una biografia, ambientato in un periodo di svolta per l’autrice, in una città che non sente sua e che fa da interruzione a una vita avventurosa, come un limbo in cui è costretta a fermarsi e a rivelarsi a sé stessa. Francavilla entra nei suoi pensieri, mima il loro movimento vorticoso e in passaggi fulminanti svela la sua poetica che è un continuo esercizio, simile a una lotta, tra l’avvicinamento al reale, alla presa di coscienza degli oggetti che ci circondano così come dei minimi movimenti dell’interiorità, intesi come materia, e la sua sovrapposizione a una visione mistica della stessa realtà, di cui è intermediario il mondo animale che abita il suo immaginario. Ma partiamo dall’inizio.


Come mai hai deciso di scrivere questo romanzo? È il primo pubblicato. Avevi già, in passato, sperimentato la scrittura di finzione?

Città senza demoni è di fatto il mio primo romanzo. Non credo di aver veramente preso una decisione. Il romanzo ha acquisito la sua forma da solo, scritto per frammenti che poi si sono andati lentamente riordinando nella mia mente e che ho distribuito nel testo seguendo l’ordine temporale scandito dai due anni e dalle stagioni. Questo espediente ha impedito la dispersione, che era un pericolo in agguato. Traducendo La città assediata ho pensato molto a Clarice in quei due fatidici anni bernesi. Giovane, già scrittrice di successo nel suo paese, immersa nei rituali della società borghese (di cui conosce bene i compromessi), in un Paese che non riesce a fare suo e lentamente corrosa da uno stato di crisi creativa, emotiva, esistenziale.


L’incipit di un romanzo è importantissimo, spesso è la chiave di lettura di tutto ciò che seguirà. Mi permetto di riportarlo qui sotto:

«Un cane ringhiava nel buio, da un anfratto al fondo di un giardino che, con la luce del mezzogiorno, le sarebbe sembrato accogliente, esposto al sollievo. Il cane, fuori dalla portata dello sguardo, lo si sarebbe potuto immaginare aggressivo, trattenuto da una robusta catena di ferro, di guardia a una casa, a un giardino ordinato e protetto. O forse, al contrario, era libero e vagava per le strade. Un cane perduto fra quelle vie senza rumori e anime. Poteva essere il fantasma di Dilermando che veniva a ricordarle l’empietà del gesto con cui lei ne aveva deciso la sorte. Latrava dal profondo della notte comunicandole nel suo alfabeto misterico che nessuna creatura merita di essere abbandonata in quel modo. Lei, che capiva il linguaggio degli animali, era profondamente turbata da quel messaggio». (p. 9)

Comincio chiedendoti: chi è Dilermando? Volendo trovare un confronto con La città assediata, ricordo la protagonista Lucrécia Neves camminare da sola, di notte, per il sobborgo immaginario di São Geraldo e vedere apparire dei cavalli selvatici in corsa per le strade: «e questa era la notte di São Geraldo, i fianchi di un cavallo percorsi da una breve contrazione» (p. 29). Quale valore hanno gli animali nell’immaginario di Lispector?

Dilermando appartiene al repertorio del reale (benché mediato dal processo di scrittura) a cui ho attinto con la disinvoltura (che spero non sia sconfinata nell’abuso!) di chi conosce una materia per averla studiata, analizzata, sondata. E ricordo che quel repertorio è di gran lunga minore rispetto a tutto quanto nel mio romanzo ho letteralmente inventato di sana pianta (ovvero la maggior parte dei personaggi, delle situazioni, dei pensieri). Dilermando era un meticcio che Clarice comprò da una popolana in una via di Napoli e che, erroneamente convinta che la Svizzera non lo avrebbe accettato, fu costretta a lasciare (il verbo, che suppone una tortura, in realtà non è “lasciare” bensì “abbandonare”, e in questa differenza si annidano lacerazioni, rimpianti e sensi di colpa trasferiti sulla sua vicenda familiare). La narrativa di Clarice è popolata da un complesso bestiario in cui ricorrono spesso i cavalli, come hai giustamente notato, ai quali affida potenti valenze simboliche. I cani sono invece importanti nella sua biografia: la proverbiale e misteriosa bellezza della scrittrice venne infatti violata dal morso improvviso del suo amatissimo Ulysses (nome non a caso joyciano) che la costrinse a ricorrere alla chirurgia.


A pagina 49, la tua Clarice ha questo pensiero:
«La neve ha una consistenza, e ciò è innegabile. Tuttavia, possiede una caratteristica che la rende unica: si scioglie a contatto con il calore trasformandosi in un’assenza. La neve è una superficie su cui camminare, la neve ricopre le cose, la natura e la città. Eppure, nulla di essa permane, nemmeno il suo fantasma; nulla le sopravvive. E la cosa più triste, pensa, sono le tracce che gli esseri umani vi imprimono camminando e il loro destino – sarebbero indizi importanti: di spostamenti da un luogo all’altro, una corsa di bambini, una passeggiata di innamorati – del quale, come di quelle ombre, non resta nulla».
L’essere umano le cui tracce si sono perdute è Clarice stessa, quando si chiamava ancora Chaja e da bambina è dovuta fuggire con la sua famiglia da Čečel’nyk, in Ucraina, nel 1922. La parola che usi, «spaesata», è centrale nella sua vita e nella sua lingua? Clarice proviene da una famiglia ebrea russa, la sua madrelingua e l’yiddish e c’è un passaggio nel libro in cui la protagonista incontra in treno un uomo che ha sul polso il tatuaggio dei campi di concentramento e sente che la riguarda. Lo strappo violento dell’infanzia, che la porterà a trasferirsi in Brasile, quanto incide su Lispector scrittrice?

Lo spaesamento può essere una delle conseguenze più terribili dell’esilio. Nel caso di Clarice, tuttavia, il fatto di essere arrivata in Brasile in fuga dal pogrom ancora in fasce, elimina la possibilità dell’esperienza viva del distacco. Quel distacco resta però come una cicatrice sul corpo della sua famiglia. Perché prima di tutto è connesso con una violenza terribile (individuale e collettiva, addirittura di “genia”). Quel trauma si è depositato nella sua anima come neve, ma è una neve che non si scioglie mai. Un trauma i cui riverberi penosi tornano nella sua interpretazione dei simboli che la circondano, o in singolari tranches de vie come l’episodio che ho inventato e che la vede in viaggio su una corriera nella campagna bernese accanto a un sopravvissuto al campo di sterminio. Una volta, in età adulta, Clarice si trovò per caso in Polonia. Le fu offerto di fare una gita oltreconfine e lei rifiutò. Però, da sola su una terrazza, si mise a fissare una foresta oltre la quale c’era la terra ucraina che le aveva dato i natali. Non volle calcarla. La sua terra (la sua lingua, la sua Heimat) era il Brasile.


Curiosità: come era considerata Clarice in Brasile? Era inserita in una corrente? Dagli scritti e dalle lettere dell’autrice, come mi hai spiegato fonti principali della sua biografia, si può comprendere se aveva un confronto fitto con altri scrittori? Più volte nel romanzo citi Lúcio Cardoso. Che tipo di rapporto c’era tra loro?

Clarice Lispector quando si trova a Berna ha già pubblicato due romanzi e sta scrivendo il terzo. Quello di esordio, Vicino al cuore selvaggio, è stato riconosciuto come capolavoro e come portatore di una scrittura rivoluzionaria nel suo Paese e precede addirittura (sebbene di poco) l’assestamento nelle lettere brasiliane del monumento Guimarães Rosa. La critica (e il pubblico) lo hanno accolto benissimo. Lo stesso non succede con il secondo (Il lampadario), la cui ricezione è difficoltosa. Ciò contribuisce al disagio generale del periodo bernese, in cui Clarice attende nervosa le recensioni che le sorelle ritagliano e le inviano puntualmente da Rio. Questa incertezza si trasferisce sulla redazione di La città assediata e amplifica il senso di inadeguatezza che la assale.
Lúcio Cardoso è una figura di riferimento per la giovane Clarice. Un poeta di grande talento che rimarrà per sempre nel suo cuore. Quando lui si ammalerà, Clarice gli dedicherà una crônica sentita e struggente. Il loro, per svariati motivi contingenti, fu in realtà una specie di amaro “non amore” che riuscì tuttavia a tramutarsi in un’intensa amicizia.


Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo proprio negli anni di Berna?

Perché mi è stato facile e del tutto spontaneo immaginarli. Il fatto che io abbia tradotto La città assediata (il romanzo che Clarice scrive a Berna e del quale non è affatto soddisfatta, anche se si rivelerà un capolavoro) proprio mentre scrivevo il mio Città senza demoni è una mera coincidenza (anche in quelle città dei rispettivi titoli!). In realtà ero particolarmente interessato all’epoca, l’immediato dopoguerra e alla situazione esistenziale di una brasiliana in Europa. Alcuni aspetti della società e della cultura (come, per esempio, il cinema) ricominciano a vivere. Nella parentesi parigina, in quel breve e intenso soggiorno nella capitale francese insieme al marito, Clarice ha modo di sentire da vicino l’effervescenza di quella rinascita, la sensuale e scanzonata vitalità delle boîtes, l’esistenzialismo, il jazz, la libertà.


«Ricordarsi di ieri è come costruire una diga, pensa ancora una volta, tentare di arginare, di rincorrere, di tappare con i palmi delle mani le falle di uno scafo naufragato» (pag. 116). Ci sono passaggi molto belli in cui il fiume che avvolge la città diventa metafora di una forza che non può essere contenuta e che, insieme alle montagne, assedia la città lasciando un senso imminente di catastrofe. Che importanza ha per te l’elemento dell’acqua e che ruolo ha avuto nella scrittura di Lispector?

Oltre alla scontata presenza dell’elemento simbolico, non ultimo nella sua accezione legata alla fecondità, l’acqua costituisce l’inarrestabile gorgo in cui Clarice sa di precipitare, nonostante non faccia altro che opporvi fragili resistenze. Ineluttabile, la sua attrazione. Fatale, come il desiderio di libertà e indipendenza, come l’erotismo che quella città alpina sembra voler a tutti i costi coprire con un velo grigio. Come la scrittura che la chiama nonostante gli inciampi. Come il linguaggio che le si svela per epifanie, lontanissimo da ogni possibile unicità, spesso costretto al frammento, al balbettamento, al silenzio: «conosco più silenzio che parole», dice, aggiungendo «l’indicibile mi può essere dato solo attraverso il fallimento del mio linguaggio». L’acqua è mare, tempesta, e la tempesta contiene il rischio del naufragio. Eppure, Clarice, nel profondo della sua essenza, desidera più di tutto tornare a navigare. E, probabilmente, da sola.


Quale ruolo ha il paesaggio nel tuo romanzo? Quale relazione instaura con lui la protagonista?

Pessoa nel Libro dell’Inquietudine dice: «dove c’è forma c’è anima». Clarice a Berna non riesce a “vedere” la forma, che è la plasticità e insieme il trionfo naturale delle Alpi. Dovrebbe esserne concupita, dovrebbe alimentare le sue visioni, spalancare gli occhi in uno sguardo estatico. E invece la forma resta intrappolata dietro una spessa cortina, e l’anima patisce, anch’essa svilita. Questo è un palese segno di crisi. Quando chiude gli occhi (per dormire, per piangere) il paesaggio che prende vita in lei è quello della memoria (l’infanzia in Pernambuco) o addirittura quello, ricostruito sul cliché amazzonico e che lei non ha nemmeno mai visto (ma è visceralmente simbolico), che le arriva ascoltando per radio le composizioni di Villa-Lobos. Un paesaggio segnato dalla nostalgia e dal desiderio di fuga, quel desiderio che si fa sempre più premente e che Clarice tenta, in maniera sofferta, di dominare. Di recente mi sono molto interessato al paesaggio e alle sue connessioni con la letteratura (in un lavoro dedicato però al Portogallo) ed è curioso verificare come in ogni scrittore o scrittrice il paesaggio, pur mantenendo alcuni vincoli con le posizioni estetiche coeve, assume le caratteristiche di un vero e proprio linguaggio personale ed esistenziale. Ho affidato al mio personaggio Clarice questa ipotesi.


A me è piaciuto tantissimo il personaggio della domestica italiana che muta forma nei pensieri di Clarice fino a diventare una falena. Posso chiederti qualcosa di più su come è nato e come lo hai costruito, se è totalmente inventato o se è realmente esistito?

In alcuni racconti e in alcune crônicas, i testi che Clarice scriveva per giornali e riviste (veri e propri piccoli capolavori che, insieme a Elena Manzato, sto traducendo per Adelphi) fanno la loro comparsa una serie di domestiche dalle caratteristiche più disparate. Una in particolare, immigrata a Rio dalla miseria del Nordeste, sembra dotata di poteri sovrannaturali, aspetto che intriga Clarice, per nulla refrattaria a questo tipo di alterità. Aggiungo poi che a Berna, per un certo periodo, Clarice ebbe di fatto una domestica di origine italiana. Ho mischiato le due e ne è nato questo personaggio, questa sorta di “strega buona” (come buone sono la maggior parte delle streghe!) che in maniera discreta e del tutto istintiva, dettata dalla natura e da suggestioni di tipo metafisico, funziona da balsamo, da calmante, da entità protettiva (forse addirittura senza esserne troppo consapevole) nei confronti della giovane signora brasiliana nella cui casa è a servizio. Nella mia finzione, la prima parte del soggiorno bernese di Clarice è invece sottilmente funestata da una domestica locale, per nulla empatica e appartenente al corredo delle costrizioni e del disagio che compongono l’esperienza elvetica. Per tornare alla magia, varcare la soglia della dimensione metafisica è un obbligo per chi si voglia veramente avvicinare all’universo di Clarice.


Più volte nel tuo romanzo, le montagne che “assediano” la città sembrano le braccia di Maury, il marito di Clarice, che cercando di proteggerla la soffocano. A me ha ricordato Charles Bovary. Da chi è che deve fuggire la protagonista?

In effetti in Clarice esiste una sottile vena di bovarismo. Maury è una gran brava persona e le mette a disposizione il suo mondo, senza remore, nella sua totalità. Ma il problema è che quel mondo non basta, Clarice ha bisogno di ben altro. Le braccia del marito la proteggono ma in quella stretta (che nasce affettuosa) c’è forse anche la radice di un latente maschilismo. La linea sottile fra la preoccupazione per una passeggiata nel gelo e la fitta di gelosia che quel gesto di “indipendenza” produce è in grado di scatenare in lui è una linea destinata a trasformarsi in trappola, e poi in gabbia. Clarice ne è già consapevole ma tenta di soffocare (inutilmente) questa sua tensione. Ma la fuga non è soltanto da questi recinti. È anche dall’ipotesi nefasta di non saper più scrivere, di non avere modo di vivere a pieno la propria gioventù, di non riuscire a liberarsi dai sensi di colpa.


È il tuo primo romanzo. Pensi che questo sia solo un inizio?

Lo spero. Ho ricavato molta gioia dal processo di scrittura. Questa gioia è un’esperienza che vorrei ripetere.


Roberto Francavilla, Città senza demoni, Feltrinelli 2024, 17€, pp. 160