Proseguiamo con la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2025. Gli incontri con gli autori si tengono alla Sala Galmozzi di Bergamo per cinque giovedì di fila alle ore 18. Dopo Dario Voltolini, Bruno Pischedda e Ade Zeno, la quarta finalista è Antonella Moscati.

Se la narrazione nasce dalla rottura di un equilibrio, la malattia può essere allora uno degli inneschi narrativi per eccellenza. L’incrinarsi dell’equilibrio psicofisico ha immancabilmente un effetto disturbante, se non addirittura dirompente, non solo in senso pratico perché ci impedisce di continuare a vivere e comportarci come vorremmo, ma anche in senso psicologico e cognitivo, perché ci mette di fronte al fatto, spesso dimenticato, che il nostro corpo non è un vascello neutrale e trasparente e altro da noi, bensì la materia stessa che dà forma al nostro io e ne è parte integrante. A partire dagli anni Ottanta, un’esplorazione crescente delle cosiddette storie di malattia ha portato alla luce le motivazioni, le strategie ricorrenti e il potenziale terapeutico di queste narrazioni, non mancando di evidenziarne allo stesso tempo le difficoltà, i paradossi e i limiti.
Il quarto libro della cinquina finalista al Premio Bergamo, Patologie (Quodlibet 2024) di Antonella Moscati, appartiene a questa costellazione narrativa, che comprende gradi variabili di finzionalità, di elaborazione letteraria e stilistica e, come vedremo, gradi variabili di narratività. L’opera di Moscati raccoglie in effetti due testi, Patologie e Agt – e li chiamo testi, o prose, perché trovo difficile chiamarle narrazioni a tutti gli effetti. Non so se si possa parlare in questo caso di autofiction dal momento che il filtro finzionalizzante appartiene, forse e in parte, solo al primo testo. Ma che si tratti di una scrittura indubbiamente autobiografica lo capiamo dalle indicazioni paratestuali e dal fatto che sia Moscati a condurre il discorso in prima persona, ripercorrendo ricordi in parte suoi, in parte reinventati negli anni dopo averli assorbiti per sentito dire dal magma patologico-mitopoetico famigliare. È persino lei ad essere ritratta in copertina, in una fotografia di quando aveva nove anni.
Patologie – il primo testo – si configura come una sorta di lessico famigliare di un nucleo, quello dell’autrice, ossessionato dalle proprie malattie, vere o inventate che siano: «Da noi, nella nostra famiglia, qualunque malattia era mortale» (p. 9). Accanto alla madre, al padre, a zii e zie, alla prima sorella e alla seconda sorella, veri compagni di viaggio della lettrice sono piuttosto le malattie stesse e i medicamenti prediletti: sempre le stesse quelle nominabili – la tonsillite a placche, la scabbia, lo streptococco –, varie e oscure quelle innominabili (la leucemia); benedetta l’ambramicina vitaminica P, ben viste iniezioni e la tintura di iodio, aborrite le forme virali, sdegnosamente e selettivamente sospetti i vaccini.
Quanto a paura delle malattie la mia famiglia era, dunque, così suddivisa: mio padre aveva paura di tutte le malattie tranne che del tumore, mia madre non aveva paura di nessuna malattia tranne che del tumore. Di conseguenza noi […] abbiamo ereditato sia la paura di tutte le malattie che la paura somma del tumore. E così tutte queste paure mescolate fra loro hanno formato una specie di broda panica onto-oncologica, con il risultato che la paura di tutte le malattie messe insieme mescolata alla paura del tumore è diventata la paura che ogni malattia sia un tumore. (p. 37-38)
Patologico è dunque l’oggetto al centro dei discorsi nonché della professione di diversi membri della famiglia, ma lo è anche la qualità di questa attenzione. E l’ossessione trapela in primo luogo dai tic linguistici che serrano la trama lessicale del testo: continuo uso di espressioni che mirano alla correzione minima, alla specificazione, all’aggiustamento («anzi», «in altri termini», «nella fattispecie», «per non dire»), ripetizione esasperata di espressioni associate a certi personaggi («le cosiddette, ma come si sa non da lui, forme virali», «il nostro Roversi. Diagnostica e terapia») e che ne assurgono talvolta a pseudo-epiteti, come nel caso del padre «medico non medico». È un eloquio torrenziale, dai lunghi periodi paratattici e inanellati di incisi, vagamente addensato attorno a nuclei tematici ma privo di una struttura complessiva, che vuole riprodurre le marche d’oralità dell’ininterrotto chiacchiericcio semi-serio del consesso famigliare ma che a volte sembra contraddirsi, rivelando la consapevolezza di essere un testo scritto e non parlato: «come ho già detto e ripetuto» (p. 25), «che dir anzi scrivere si voglia» (p. 41). Un flusso autopatografico che tenta di dar voce ad una sorta di coscienza famigliare collettiva, infantile e massaia, ipocondriaca e fatalista al tempo stesso. Se all’inizio parlavo di una dubbia patina finzionalizzante è perché l’intervento della finzione, se c’è, è a monte, a livello di creazione collettiva di una memoria e mitologia famigliare. E dunque ben prima che Moscati metta queste memorie su carta.
E davvero si potrebbe parlare di trama lessicale anche nel senso che, per contro, la trama propriamente narrativa rimane tenue ed è quindi sulla resa linguistica che punta a reggersi il testo. Come accennavo, si fatica a definirlo racconto perché in effetti non accade nulla che muova l’azione e che guidi le aspettative del lettore. Troppo poco viene rivelato dei personaggi o della storia della famiglia nel suo insieme per poterne intuire lo svolgersi delle vite, al di là di qualche accenno a matrimoni o decessi e dell’impressione che l’autrice segua una vaga progressione cronologica nell’addensare i propri ricordi, che vanno dalla primissima infanzia ad un’epoca in cui tra gli oggetti delle speculazioni pseudo-mediche della famiglia rientra anche un potenziale fidanzato. Né il focus patologico è, per esempio, una scusa per offrire una prospettiva straniante nel tracciare uno spaccato storico-sociale contestualizzato: se non fosse per poche menzioni di Napoli a testo inoltrato, elementi per collocare geograficamente la narrazione e dunque arricchire inferenzialmente il mondo rappresentato rimangono rari e per nulla sfruttati.
Il vero oggetto del discorso non è la famiglia dell’autrice ma i discorsi della malattia, nella loro corposità linguistica prima ancora che materiale. Ma se è allora su questa dimensione che la tenuta del testo deve misurarsi, forse la lunghezza eccessiva e l’espressionismo esasperato di certe scelte stilistiche finiscono per non fargli un buon servizio. Il tono semicomico avrebbe potuto cogliere nel segno se giocato su un testo più breve, mentre per ottenere un effetto tragi-comico bisognerebbe riuscire a cogliere almeno in parte la realtà dei personaggi (nel senso di individui interi anche se finzionali, non tanto in quanto persone reali fuori dalla pagina) e del dolore provocato in loro dal morbo dell’ossessione, prima ancora che dalla malattia stessa. Patologie non è un testo in chiave diaristica dal momento che è chiara l’intenzione di comunicare con un destinatario, ma altrettanto chiaro è che questo destinatario sia un lettore e non un ascoltatore, e che dunque il testo non simuli davvero una conversazione orale. Questa fondamentale incertezza rispetto al tipo di situazione comunicativa e narrativa finisce per confondere e far perdere la presa sul lettore.
In riferimento al secondo testo del libro, Agt, scrive Moscati stessa nella postfazione: «Il breve scritto sull’amnesia globale transitoria non ha invece proprio niente di comico, ed è scritto nella forma che più mi è consona, quella che cerca di ritagliare uno spazio tra teoria e narrazione, tra filosofia e vissuto» (p. 93). Il maggiore agio della scrittrice con questo tono si sente, e il piacere della lettura ne guadagna. Siamo anche qui di fronte al riferimento di un episodio reale, autobiografico: è una Moscati adulta quella che racconta come, qualche mese prima, dopo una mattinata trascorsa al mare, pur non avendo mai smesso di parlare e muoversi, abbia letteralmente ripreso coscienza – sia tornata a sé – in ospedale. La diagnosi è quella di amnesia globale transitoria: uno stato di oblio temporaneo dall’innesco ignoto, durante il quale la persona è cosciente, agisce e ricorda alcuni aspetti essenziali di sé, ma non è presente a sé stessa, e del quale non avrà in seguito nessuna memoria.
La narrazione dell’esperienza di questo raro evento medico – dal momento che non è chiaro se si possa parlare di una vera e propria condizione – si intreccia alle riflessioni filosofiche che ne scaturiscono: se la persona che agisce durante un episodio di Agt non è in grado di ricordare nulla di quanto le accade, si può dire che queste cose siano davvero accadute a lei? Si può parlare di un io – e quindi pensare certe esperienze come proprie – se non c’è rielaborazione e integrazione delle percezioni alla base di queste esperienze? Qui l’approfondita conoscenza di Kant da parte di Moscati, che è autrice di saggi filosofici e traduttrice di filosofia contemporanea tedesca e francese, è chiamata direttamente in causa, con tanto di citazioni dai precisi riferimenti bibliografici:
«L’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni». Das Ich denke muss alle meine Vorstellungen begleiten können. Questa frase della Critica della ragion pura di Kant, mi è subito tornata in mente quando ho riaperto i miei occhi mai chiusi in un letto del Pronto soccorso dell’ospedale di Martina Franca, quattro ore circa dopo l’attacco di Agt. (p. 67)
Ho trovato Agt un testo decisamente interessante nel contenuto, sebbene di altrettanto difficile catalogazione. Si potrebbe descrivere come un narrative essay, il saggio dal taglio personale che intreccia argomentazioni saggistiche a esperienze e considerazioni esplicitamente soggettive, combinazione che secondo Michele Cometa (Autopatografie, 2022) ricorre sovente nelle scritture del sé malato. O, nei termini di Arthur Frank (Il narratore ferito, 1995/2022), si configura forse come una storia di ricerca (quest-story), poiché lo sgomento di fronte alla malattia prende le forme dell’interrogazione e dell’investigazione del sé in chiave filosofica, riuscendo a sfuggire però a qualunque effetto di automitologizzazione.
Ad ogni modo, malgrado il riproporsi di uno statuto ibrido, le domande che la scrittrice si pone sono autentiche e il suo interesse ad esplorarne le implicazioni si trasmette al lettore, alimentandone il coinvolgimento. La dimensione narrativa si limita alla rivisitazione dell’episodio medico ma ne fornisce dettagli stranianti e affascinanti insieme, facendo leva sull’effettiva probabile estraneità del lettore rispetto a un’esperienza simile. Intrecciate a questi ricordi esperienziali, Moscati offre delle riflessioni affilate sul rapporto tra memoria e identità, sulla misteriosa omeostasi della memoria che non sopporta il vuoto e che tende ad inventare in mancanza di materiale, e sulla giustapposizione di due deformazioni della memoria, messe in scena per eccesso in Patologie e per sconvolgente difetto in Agt:
Eccesso mnestico, da una parte, trito, stracolmo e quasi convulso, di una mente precocemente morbosa che cercava di trattenere e riprodurre il ripetersi incessante di quei discorsi familiari che, come carta moschicida, avevano attratto da subito le ali incerte di un corpo infantile e poi adolescente, con l’effetto di tarparle sicuramente a lungo, forse per sempre. Assenza completa di ricordo, dall’altra, vuoto completo di memoria attorno a un evento, apparentemente mai vissuto o forse dimenticato […] (Postfazione, p. 95)
Ancora in preda all’attacco di amnesia, Moscati scopre in seguito di aver «continuato a chiedere ossessivamente all’infermiera di turno rassicurazioni sul mio stato di salute, sulla possibilità di avere un cancro al cervello o di aver avuto un ictus o un’ischemia» (p. 72): veder riproposta qui, in tutt’altro tono, l’ossessione di Patologie getta una luce fredda e quasi sinistra sul testo precedente, lasciando intuire che l’autoironia di quella rappresentazione avrà forse deformato grottescamente ma non ha finto, di fatto, un rapporto complesso e problematico con la salute e con il corpo come sito potenziale di malattie.

Antonella Moscati, Patologie, Quodlibet, Macerata 2024, pp. 104, € 12.