Proseguiamo con la presentazione dei libri finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2025. Gli incontri con gli autori si tengono alla Sala Galmozzi di Bergamo per cinque giovedì di fila alle ore 18. Dopo Dario VoltoliniBruno PischeddaAde Zeno e Antonella Moscati, Pietro Nicolaucich è il quinto e ultimo finalista.


Il perdersi può accadere in molti modi. Può avvenire per volontà, per destino o anche per distrazione: come in una divagazione andata oltre l’immaginato. Ci si ritrova come in un labirinto e ad un certo punto si è smarriti e quello che non si ritrova è né un’origine né un centro.

Un’esperienza di smarrimento è anche quella che Pietro Nicolaucich ci promette sin dal titolo nel suo libro, pubblicato per Cong Edizioni: Lagunalabirinto. Due racconti ispirati a Hugo Pratt, Venezia e ad altre eternità. E a percorrere questo labirinto si è disorientati, si ha l’impressione di navigare costantemente il bordo delle cose.

Si parte dalla laguna, si parte da Venezia: si parte da Hugo Pratt. È dal suo mondo letterario che Nicolaucich prende le mosse, in un percorso narrativo atipico che gioca tra la citazione e l’originalità, mescolando strumenti (il racconto, i disegni), pretesti narrativi (il ritrovamento di un manoscritto, il diario) e generi (il racconto di avventura, il fantastico, il poliziesco), in un gioco che ci invita costantemente a percorrere il margine tra piani diversi. Una passeggiata tra boschi narrativi, per l’appunto, labirintica: che alla lettura affascina e lascia disorientati, in cui si ha l’impressione di non trovare né un riferimento né una verità definitiva. 

Strano destino per un’opera che sin dalla copertina parla di eternità: i due racconti che compongono il libro sono due modi diversi di cercare una verità ultima, il segreto delle cose, la salvezza dalla corruzione del tempo e dei luoghi. Ma, seguendo il tracciato del labirinto, sarà possibile avere traccia di questa eternità solo sperimentandone la sua scomparsa. In ossequio all’esergo, d’altronde:

Le isole scomparse sono eterne. Le isole rimaste sono in attesa di scomparire (p. 9).

Lo strumento letterario con cui Nicolaucich compie questa ricerca è quello del racconto di avventura. In questo l’omaggio al mondo di Hugo Pratt è programmatico e totale: si parte da una citazione di Corto Maltese e si prosegue raccontando una storia nuova, che però cammina scrupolosamente negli spazi delle storie già dette e già raccontate, senza mai prenderne le distanze.

Il primo racconto, da cui prende nome il libro, è un viaggio incastonato nella cornice narrativa di un manoscritto recuperato. Il percorso di un professore alla ricerca di Venezia e di Hugo Pratt, in cui un termine non esiste senza l’altro. Un viaggio avventuroso, erudito e esoterico in cui la natura di Venezia, “città-labirinto”, è visibile solo seguendo gli indizi che Pratt (o Corto Maltese, non è facile distinguere) hanno disseminato per noi: nei bassorilievi delle patere veneziane, in una mappa nascosta nel convento dell’isola lagunare di San Francesco del Deserto o nella “clavicola di Salomone” attorno a cui ruotano le vicende di Favole di Venezia. Un percorso per cui la verità delle cose e dei luoghi è visibile solo passando per la chiave delle storie che l’hanno raccontata.

Il secondo racconto, Detective Rasputin, è dedicato all’antagonista per eccellenza di Corto Maltese. In questo caso il passo del racconto è più intimo e riflessivo. È una soggettiva da un tempo altro, lontano e posteriore all’era delle vicende narrate nelle opere di Hugo Pratt. Un tempo in cui l’avventura è terminata, in cui Corto è scomparso e Rasputin è alle prese con la monotonia delle cose, che si definisce esclusivamente nella nostalgia di ciò che è stato. Nella cornice da racconto giallo (il pretesto è quello della risoluzione di un delitto), si apriranno nuove possibilità e nuovi scenari per dialogare con il tempo passato.

L’operazione che compie Nicolaucich è quindi quella di una ripresa sincera, appassionata e coerente del racconto prattiano: della narrazione di storie e personaggi fantastici e gloriosi, ma scaturita nel tempo di oggi. Un tempo in cui queste storie non vengono più raccontate.

I testi sono affiancati da illustrazioni a china di Pratt, inserti provenienti da diverse opere e periodi (sono state prodotte dagli anni ‘40 agli anni ‘80) e poi da disegni dello stesso Nicolaucich.

È un viaggio in compagnia di molti capitani di ventura. I personaggi di queste storie scritte e illustrate sono letterari, definiti e spesso riconoscibili: i protagonisti che conosciamo bene dalla lettura delle vicende di Corto Maltese. Nelle storie di Lagunalabirinto ci ritroviamo però a fare i conti con loro in modi differenti, per ritrovarli e poi riscoprirli diversi da come li abbiamo pensati. Ripercorriamo quindi le calli di Venezia, approdiamo sulle isole, ritroviamo i nomi che hanno riempito le vicende delle fantasie prattiane: Melchidesec de L’angelo della finestra d’oriente, Venexiana Stevenson e Timur Chevket de La casa dorata di Samarcanda o il Levi Colomba di Mū, la città perduta. Ed è come leggere una nuova avventura del Corto Maltese della nostra adolescenza ma, allo stesso tempo, è come vederne la trama da una distanza siderale.

È l’immersione in una scomparsa per ritrovare la presenza delle cose. E non è più chiaro dove finisca l’autore e dove inizi il gioco del racconto, del rendiconto e delle narrazioni. Non è più chiaro dove stia l’originale e dove l’omaggio – non è forse davvero importante. Il gioco del labirinto sta sulla frontiera e non vuole per nulla offrire delle soluzioni, soprattutto quando risolvere l’enigma vorrebbe dire tornare a essere quello che inevitabilmente non si è più.

La memoria è la cosa più viva, e come nel più classico dei giochi narrativi, la materia più translucida è quella della letteratura.

È il movimento delle chine che tratteggiano un paesaggio e allo stesso tempo lo fanno scomparire. È una foresta di segni i quali, essendo ognuno di essi ciò che può essere usato per mentire, sono forse anche quelli che possono mostrare una verità velandola con una maschera. Dove la mappa per accedere al mondo di Atzlan (in Mū, la città perduta) è in realtà il labirinto della chiesa di San Vitale a Ravenna e – forse – la chiave per il segreto di Venezia. Dove il nome antico della città di Malamocco, Metamauco, è più in profondità quello di un’Atlantide dimenticata. E dove il girovagare tra le “riproduzioni dozzinali di classiche maschere veneziane” (p. 43) della Venezia contemporanea è un movimento rituale necessario per ritrovare l’accesso a un’isola eterna e scomparsa. Come dice Rasputin: «un labirinto avvolto in un rebus con un enigma per soluzione» (p. 27). Quella di Lagunalabirinto è una ricerca ostinata, della verità e dell’essenza delle cose: che passi attraverso saperi iniziatici, strumenti esoterici, viaggi nel tempo altro della memoria e del rimpianto. Ma questi mezzi sono in fondo solo stratagemmi che servono per mostrarci come la verità si rivela proprio nel suo scomparire. Come in una marea di laguna che si ritrae, o come un labirinto che più si dipana e più non rende chiara la sua uscita.

Nicolaucich ci propone in fondo un racconto alla fine dell’età del racconto. È un occhio su un mondo antico che si sa essere passato e terminato, un carrello condotto con un tono di velata nostalgia. Allo stesso tempo, però, l’autore si concatena al mondo che omaggia in un modo così intenso da restituire alle proprie storie un’energia vitale inaspettata. Forse perché l’autore è Nicolaucich e Pratt insieme. Forse perché, per l’appunto, non c’è discernimento vero tra la storia di oggi e le storie di Corto Maltese di cinquant’anni fa: il racconto nuovo è più prattiano dei reali e la storia di oggi porta, in un movimento circolare, alle storie di prima.

È un destino analogo a quello del posto attorno a cui le vicende di questo libro ruotano: Venezia e la sua laguna. Si ha l’impressione che la Venezia descritta si disponga nel margine che esiste tra i ricordi personali dell’autore e lo spazio letterario che l’ha ricostruita e popolata. La nostalgia è la chiave per guardare questi luoghi.

La città raccontata nella prima parte del libro è una città insieme personale e letteraria, profondamente prattiana. Una città cara e vicina all’autore e che pertanto non può essere ridotta all’insieme così noto di luoghi e monumenti che la compongono: è uno spazio di memoria e di senso. È un senso talmente pieno per l’autore che non può essere descritto facilmente: ci rimane davanti come un mistero («Venezia, cosa nascondi?» si chiede curiosamente il Corto Maltese disegnato proprio nella dedica alla mia copia del libro). Il senso trabocca in questi luoghi, tanto che si riarticola in configurazioni esoteriche e spirituali. Solo un avventuriero eletto come Corto Maltese può essere in grado di comprenderne l’essenza. È un senso che noi lettori, con l’autore, possiamo anche vagamente intuire ma non realmente possedere. Come nelle storie di Corto: «il mondo è stabile solamente in virtù del segreto» (p 48). Quella che è raccontata nella seconda parte, attraverso gli occhi di Rasputin, è invece una Venezia semplicemente assente, desiderata ma distante: un’immagine mentale che appartiene a un tempo passato e a cui voler ritornare con nostalgia.

Anche in queste espressioni il labirinto della laguna sembra essere quello che non è: si mostra come il centro delle storie di Nicolaucich, ma solo in virtù del suo essere il luogo principe in cui mondo di Corto Maltese si è creato. Quello che si ricerca è il contatto con Pratt, con i suoi personaggi e con il tempo della loro scoperta e lettura: il ritrovarsi nella scomparsa.

Il centro ultimo di questo labirinto, allora, non sembra essere davvero né la laguna di Venezia, né la sua germinazione prattiana, ma il tempo che dissolve e fa perdere consistenza ad ogni cosa. Con il tempo Lagunalabirinto combatte, nel tentativo di accedere a delle eternità che vede perdute e lottando con un futuro che, per usare le parole di Rasputin, «si fa consumandosi». Per usare ancora le parole del personaggio prattiano: «la vera forza è nel tempo passato, quello che non accettiamo di aver perso. L’energia più forte dell’universo è il rimpianto» (p 82). Hugo Pratt, Venezia e le “altre eternità” che troviamo già nel titolo di questo percorso, tutte le loro emanazioni riportate nel libro sono in fondo degli indizi che, labirinticamente, ci illuminano sviandoci. Per afferrarle davvero, sembra dirci l’autore, vanno ricercate nel racconto della loro scomparsa.

Non resta quindi che abbracciare parole già scritte e luoghi già percorsi, attenti a cosa può essere ancora salvezza. Tornare ad essi prima che smettano di essere, forse per rigenerarli. È l’unico modo per dare origine ad altre storie, è l’unico modo vero di vivere. Lo sapevano i veneziani di Corte sconta detta Arcana e di Favole a Venezia, non a caso due tra le opere più conosciute di Hugo Pratt. Lo ricorda Nicolaucich in ingresso a Lagunalabirinto. Lo ricordiamo anche noi alla fine, per continuare ad andare «sempre in posti bellissimi e in altre storie»:

Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in calle dell’Amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meravegie; il terzo in calle dei Marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie (p. 15).


Pietro Nicolaucich, Lagunalabirinto. Due racconti ispirati a Hugo Pratt, Venezia e altre eternità, Cong Edizioni Roma 2024, 120 pp. 15,50€