«Gli avvenimenti portentosi o soprannaturali non sono particolarmente rari, semmai hanno una cadenza irregolare. Magari nel corso di un secolo non accade neppure un prodigio degno di tal nome, e poi capita che ne arrivino tanti tutti insieme» (p. 11).

Nel caso de La signora trasformata in volpe di David Garnett (Adelphi, 2020), lo «strano avvenimento» raccontato, chiarissimo già dal titolo del romanzo, «è arrivato da solo», come confida il narratore, «e proprio per questo ha suscitato scarsa attenzione nel genere umano» (p. 11). La vicenda è però verissima, ci viene assicurato, e la voce narrante, in tutta la sua (in)affidabilità, ricorda molto il modus operandi di Zeno Cosini de La coscienza di Zeno: come nel romanzo di Svevo, infatti, anche in questo caso chi racconta la storia, proprio per l’insistenza con cui afferma la veridicità della vicenda, insinua inevitabilmente nel lettore il sospetto che le cose o non siano realmente accadute, o che siano accadute ma in un modo diverso da quello raccontato. In aggiunta, il narratore avverte che sarebbe una perdita di tempo, ancor oggi, indagare, cercare prove, chiedere in giro e dare adito a pettegolezzi. Bisogna crederci e basta, anche perché, dice lo stesso Garnett (nel testo autore e narratore coincidono), la faccenda è pienamente confermata da una decina di testimoni, «tutti rispettabili e senza alcuna possibilità di colludere fra loro» (p. 12).

La storia, per quanto assurda, è molto semplice (e raccontata già nelle primissime pagine del libro): siamo nell’età vittoriana, più precisamente nel 1880, sulle colline inglesi, quando Mrs Tebrick, sotto gli occhi del marito incredulo, si trasforma improvvisamente in una volpe color rosso acceso. La sua è una metamorfosi istantanea: «lo spuntare della coda, una graduale comparsa di peli su tutto il corpo, una […] trasformazione dell’intera anatomia durante la crescita» (p. 12). Al crepuscolo l’uomo, ancora sconvolto, la porta a casa con sé, terrorizzato all’idea di perderla, e nei giorni successivi continua a comportarsi con la moglie come ha sempre fatto: le parla amorevolmente, la veste da donna (anche perché è proprio la volpe ad avere ancora vergogna della sua nudità), le serve il tè con pane e burro, quasi a volersi convincere che Silvia (questo il nome di Mrs Tebrick) sia ancora sé stessa e abbia ben poco di selvaggio, se non puramente l’aspetto. Ma il tempo passa e la volpe si fa triste e inquieta: diventa famelica, vuole uscire, fiuta gli altri animali, sempre più indifferente a vestaglie, pizzi e giochi di carte.

La vicenda, in breve, è questa – ma ci sono delle evoluzioni nella trama, che è comunque molto lineare. Come detto, la storia è semplice e “tradizionale” nella sua struttura: un equilibrio iniziale (un matrimonio felice), la rottura di tale equilibrio (la trasformazione della donna), una serie di prove che il protagonista deve affrontare (gestire la moglie trasformata in volpe), un epilogo ben riuscito. In questo senso, La signora trasformata in volpe ha tutte le carte in regola per essere inteso come un classico, cioè un libro che non passa mai di moda, leggibile in qualsiasi epoca, dal retrogusto però agrodolce, perché è sì una storia tenera e ironica, ma anche brutale e commovente.

Potrebbe piacere molto a chi ha amato I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni, con cui condivide un focus interessante sulla convivenza tra bestiale e umano, ma anche a chi apprezza Emmanuel Carrère e i tratti psicotici di alcune sue narrazioni (specialmente il romanzo I baffi). In tal senso, sebbene il romanzo possa afferire, per quanto riguarda il tema della metamorfosi, alla sfera del genere fantastico, indaga anche tematiche quali l’identità, la follia e la perdita di sé, e mostra quanto gli eventi prodigiosi possano scuotere profondamente anche chi ha un senso del proprio essere ben saldo e strutturato. Condivide, infine, con alcuni classici inglesi – Alice nel paese delle meraviglie e Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde – l’elemento della trasformazione come metafora della natura umana: in Carroll, infatti, il cambiamento permea la dimensione fisica, ma anche quella della razionalità e del linguaggio, mentre in Stevenson svela il conflitto tra istinto e civiltà, proprio come accade nella metamorfosi inesorabile della signora Tebrick.

Stupisce, in aggiunta, scoprire che il romanzo sia stato scritto nel 1922 perché, a scatola chiusa, si direbbe scritto ieri, o comunque poco tempo fa. Lo stile è infatti, come detto, fresco e pulito: il romanzo scorre molto bene e non presenta la “pesantezza” che alcuni libri di molto tempo fa potrebbero lasciar percepire oggi. In esso, inoltre, si riconosce qualcosa del mondo delle favole di Fedro ed Esopo: dalla brevità, perché il romanzo conta 109 pagine e si legge in un pomeriggio, alla capacità di condensare tutto l’immaginario che ruota attorno alla volpe, facendone un animale simbolo di astuzia e scaltrezza.

Ad accompagnare il testo ci sono dodici disegni in bianco e nero, che Garnett fece realizzare appositamente alla prima moglie, Rachel Alice Garnett, artista e illustratrice di libri per bambini e adulti. È noto che l’autore provenisse dall’ambiente del Bloomsbury Group, circolo noto per l’importanza attribuita all’arte e alla letteratura, e di cui faceva parte anche Virginia Woolf: in tal senso, si può immaginare che la relazione tra Garnett e la moglie non fosse puramente romantica, bensì anche artistica. I disegni nel libro sono piccole tavole, inserite tra un paragrafo e l’altro, che aiutano chi legge a visualizzare ancor meglio una storia già di per sé facilmente immaginabile. Le illustrazioni mostrano infatti Mrs Tebrick mentre attraversa il processo di trasformazione, da animale docile a bestia selvatica, seguendo gli step della sua metamorfosi.

Certo è che uno dei temi più importanti che Garnett affronta è l’amore, ponendo tra le righe una grande domanda: “Cosa fareste se la persona che amate di più si trasformasse in un animale? Continuereste ad amarla come prima?”. Nel caso del marito di Silvia, se è vero che da un lato non si può non notare un forte senso di possesso suscitato dall’improvvisa e incomprensibile metamorfosi della donna, è innegabile anche riconoscere che, specialmente da un certo punto in poi, l’uomo impara ad amare sua moglie con un sentimento tutto nuovo: la gratuità. E impara, soprattutto, a trovare felicità in questo gesto. Amare, sembra dire l’autore, è sapersi adattare al mondo che cambia e cambiare a nostra volta, e soprattutto saperlo fare insieme a chi amiamo, ammettendo la possibilità che si possa imparare qualcosa da quella persona, comprendendo le sue necessità che, come in questo caso, possono evolversi in un batter d’occhio.

La signora trasformata in volpe è un romanzo che può essere letto come una favola dotata di una qualche morale, e in questo senso quindi come una vicenda metaforica che vuole dire qualcosa di più velato e meno immediato della storia in sé, oppure può essere gustato, semplicemente, per il racconto piacevole che è. In questo senso è perfetto per un momento da “blocco del lettore” e se non si hanno sul comodino letture entusiasmanti, perché può rimettere in carreggiata con un’unica sessione di lettura.


David Garnett, La signora trasformata in volpe, Milano, Adelphi, 2020, 16€, 109 pp.